La Storia del Villaggio Fabbrica

Niente di meglio che pubblicare il testo scritto e letto da Alessia Cecconi, brigliese e direttrice del CDSE in occasione del concerto "Villaggio Fabbrica 2025 - La Briglia - Canto di comunita" con Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli.
C’era una volta un villaggio fabbrica
C’era una volta un villaggio fabbrica, alle pendici dell’Appennino tosco-emiliano, che prima di diventare villaggio era una fabbrica, una cartiera: produceva una carta con in filigrana un cavallino rampante con le briglie, e quel cavallino imbrigliato, come imbrigliato è il fiume che deve alimentare le industrie, ancora galoppa sulla torretta più alta del paese.
C’era una volta una fabbrica che si era trasformata da cartiera a raffineria di rame, e da ramiera a lanificio, richiamando centinaia di operai e operaie da ogni dove, che arrivarono con la loro valigia leggera, leggerissima, stanchi di una vita di migrazioni e stenti e pronti per un’esistenza ai telai. Col tempo alla fabbrica si aggiungono dormitori e poi case, botteghe e infine un grande teatro, e così gli operai scoprono la bellezza di suonare e recitare insieme, dopo estenuanti turni lavorativi.
C’era una volta un villaggio fabbrica arrabbiato, costretto a produrre a ritmi disumani migliaia di metri di panno grigio verde per un esercito che stava combattendo la prima guerra mondiale, un villaggio fabbrica che nel 1916, prende “il bastone e tira fuori i denti” e dà vita a uno sciopero a oltranza, che dura oltre sei mesi. E che nel 1917 prende nuovamente parte a un’epica marcia contro la guerra organizzata da una sindacalista donna, trascinata da 1500 operaie che chiedevano pace e migliori condizioni di lavoro.
C’era una volta un villaggio fabbrica dove durante il ventennio le riunioni carbonare degli antifascisti avvengono durante le prove del circolo mandolinistico, e dove i volantini della stampa clandestina sono nascosti nei volumi della Biblioteca operaia, che iniziano a circolare nelle case insieme al profumo della carta, della cultura, della libertà.
C’era una volta un villaggio fabbrica dove nell’inverno del 1944, in piena occupazione nazifascista, un gruppo di ragazzi organizza una beffa pericolosa e irriverente: facendo credere ai dirigenti fascisti di volersi arruolare con la Repubblica di Salò, si fanno organizzare un buffet di saluto per tutto il paese, e i giorni dopo fanno spedire cartoline dal Nord a loro nome. In verità, la notte stessa della festa, quei ragazzi erano già saliti sui monti per formare la prima brigata partigiana.
C’era una volta un villaggio fabbrica martoriato dai bombardamenti e, nel Dopoguerra, dalla chiusura della fabbrica, anticipata da centinaia di licenziamenti che andarono a colpire in prima battuta soprattutto le famiglie più sindacalizzate, mettendo in ginocchio una comunità.
C’era una volta un ex villaggio operaio che si è saputo reinventare ogni volta, che ha trasmesso alla generazione del Dopoguerra non solo una coscienza “di classe”, ma anche di essere parte di una collettività, come una grande famiglia in cui i tempi lavorativi e ricreativi sono perfettamente condivisi, come scanditi da una comune socialità.
Un ex villaggio fabbrica dove negli anni Settanta i figli degli operai, con la cultura sognata e preclusa ai loro genitori, hanno iniziato a rielaborare coscientemente la propria storia e trovare nella musica popolare un canto delle radici, e nel teatro impegnato un nuovo modo di lottare creando insieme. Quei figli degli operai hanno iniziato a viaggiare e incontrare nuovi mondi, portando i nuovi mondi nell’ex villaggio fabbrica, che diventa negli anni luogo di avanguardia culturale nazionale e internazionale: il Nuovo Canzoniere italiano, Ronconi, il Bread &Puppet di Peeter Schumann, passano di qui, senza dimenticare gli anni con Giuliano Scabia, il suo teatro a cielo aperto e gli scambi poetici con i paesi dell’Appennino.
C’era una volta un comunità che ascoltava a diritto le canzoni degli Intillimani, di Mercedes Sousa, di Victor Jara, che poi si è trovata ad accogliere e ospitare famiglie in fuga dalle dittature cilene e argentine, con la nascita di nuove condivisioni, nuovi amori e qualche figliolo.
C’era una volta un villaggio fabbrica che non c’è più e non ci sarà più, ma diventa ancora qualcosa di diverso e trova negli ultimi anni nuovi modi per ricostruire insieme una socialità, attraverso un volontariato attivo e dilagante, e ricomporre pezzi di un’identità che si è inevitabilmente trasformata. Un ex villaggio fabbrica dove le bambine e i bambini imparano a cucinare i tortelli con le volontarie della Spola d’Oro e a rielaborare le devastazioni dell’alluvione con meravigliosi laboratori creativi. Un ex villaggio fabbrica dove negli ultimi anni ha ripreso vita, piano piano, anche il mondo del Cantar Maggio e la cinica irriverenza delle storie dei grilli e delle formicuzze.
C’era una volta un ex villaggio fabbrica con abitanti talmente pieni di sé da fermare il mondo per due settimane in occasione della Festa dei Rioni di settembre e da non prendere parte a nessuna manifestazione ricreativo culturale che non sia organizzata dalla collettività brigliese. In realtà tredici anni fa molti brigliesi si spostarono, quasi di nascosto, per partecipare alla villa del Mulinaccio di Vaiano, lontana ben qualche chilometro, ma fu un fatto eccezionale. Pare ci fosse un concerto spettacolo che è rimasto nella storia, con una certa di Ginevra di Marco con Margherita Hack che regalarono una serata memorabile, al punto che Margherita, che percorreva da giovane la nostra valle con la bicicletta, divenne poco dopo cittadina onoraria del comune di Vaiano.
C’era una volta, e siamo arrivati alla fine, un ex villaggio fabbrica dove il fumo delle ciminiere ha dato vita a folli e geni difficilmente distinguibili gli uni dagli altri, dove abbondano i narratori di professione che raccontano e ingigantiscano storie epiche di un villaggio fabbrica con tratti mitologici. Molte di queste magari chissà se sono vere o semplicemente ingigantite. Quello che conta, tuttavia, è che ci abbiamo creduto ciecamente Ginevra di Marco e Francesco Magnelli, che infarciti di racconti operai e tortelli al sugo si sono entusiasmati talmente tanto alla storia della Briglia da volerci fare un concerto spettacolo che è il canto di una, cento mille comunità, come ci insegna Violetta Parra,
E il canto vostro che è il mio stesso canto
E il canto di tutti che è il mio proprio canto.
